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Le antifone di comunione del Messale Romano italiano

La rubrica di don Paolo - 9

Le antifone di comunione del Messale Romano italiano

In questo periodo molti mi domandano: “Perché nella nostra parrocchia, durante la Messa, ogni giorno, prima di accostarci all’Eucaristia, leggiamo le antifone di comunione? Non basta il canto di comunione? E perché la domenica cantiamo l’antifona di comunione come ringraziamento dopo la comunione con il ritornello preso dal canto del Magnificat?”.

La scelta di proclamare l’antifona di comunione prima di andare a ricevere l’Eucaristia mi è stata “suggerita” dalla lettura di una pagina del libro di Fr. Goffredo Boselli, Il senso spirituale della liturgia. Il Messale romano ci suggerisce che il canto di comunione di per se sostituisce l’antifona di comunione, ma non vieta di proclamarla prima del canto. Il canto del Magnificat dopo la comunione, vuole essere un ringraziamento all’Eucaristia e vuole cercare di unire il dono della Parola e dell’Eucaristia in questo rendimento di grazie; l’invito al canto da parte del diacono orienta l’assemblea a magnificare e a lodare il Signore per il dono della parola e del sacramento del suo corpo e del suo sangue.

Condivido con voi il testo che mi ha ispirato questa scelta, facendolo precedere da alcune parole di introduzione.

 

Le antifone di comunione del Messale romano italiano sono direttamente ispirate e tratte dalla pagina evangelica del giorno. Il testo che viene qui sotto riportato vuole essere un invito ad attingere alle ricchezze della lex orandi dell’attuale messale e un aiuto per migliorare sempre di più la nostra ars celebrandi.

 

«Anche al cuore della celebrazione eucaristica, nel momento in cui i fedeli si nutrono del corpo e del sangue del Signore, la liturgia fa memoria del rapporto intimo tra il libro dei vangeli e l’altare, dunque tra la Parola e l’eucaristia, offrendo all’assemblea un elemento di sintesi dell’intera dinamica celebrativa. Questo elemento è l’antifona alla comunione, ciò che oggi resta dell’antico canto di comunione, detto Communio. Quando dal XIII secolo, la comunione dei fedeli scomparve e con essa anche la necessità del canto di comunione, rimase solo questa antifona che prese essa stessa il significativo nome di Communio. Un elemento di cui spesso non si coglie adeguatamente il valore, ma che in realtà resta nella liturgia come un frammento, così minuscolo da essere abitualmente ignorato, di come la chiesa cattolica nella sua liturgia non abbia mai disgiunto la manducatio panis dalla manducatio verbi, anche quando la riflessione teologica ne aveva perso memoria. L’antifona di comunione è quel breve versetto biblico che può essere letto ad alta voce da uno o più lettori o dallo stesso celebrante prima di distribuire la comunione ai fedeli. Questo frammento della parola di Dio è, per così dire, proclamato “sopra” il pane e il calice eucaristici, così che la Parola spezzata e il pane spezzato formano una sola realtà, sacramento dell’unico mistero. Questo uso liturgico che affonda le sue radici in epoca molto antica, ha conosciuto un significativo rinnovamento nella terza edizione del Messale romano. Volendo mettere in maggior rilievo lo stretto rapporto tra parola ed eucaristia, il messale italiano edito nel 1983 affianca all’antifona indicata dall’edizione latina un’antifona proveniente dal vangelo del giorno, secondo il ciclo triennale delle letture. Ad esempio, nella liturgia vespertina del giorno di Pasqua, proclamato il Vangelo dei discepoli di Emmaus, come antifona di comunione si propone il seguente versetto: “Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno già volge al declino. Alleluja”.

Prima della manducatio panis, l’ascolto di un versetto del vangelo proclamato nella stessa liturgia ricorda l’unicità della tavola del Cristo pane di vita che si offre come nutrimento ai credenti nel suo corpo scritturistico e nel suo corpo eucaristico. Nutrendosi di quel pezzo di pane ci si nutre, al tempo stesso, di quella parola del Signore, così che comunicando al pane il fedele comunica alla Parola. Quel frammento di pane prende, per così dire, il sapore di quel frammento di vangelo. Nella celebrazione eucaristica non ci sono dunque due comunioni, una alla parola del Signore e una al corpo del Signore, ma la comunione ai santi doni è in se stessa comunione al santo vangelo, affinché l’eucaristia sia il corpo della Parola. Nella liturgia, quindi, l’ascolto della parola di Dio contenuta nelle Scritture non ha fine con l’ultimo versetto dell’ultima lettura biblica proclamata, bensì la si continua ad ascoltare in modi diversi lungo tutta la celebrazione eucaristica.

È inoltre decisivo il momento esatto nel quale l’antifona di comunione deve essere proclamata: prima della distribuzione dell’Eucaristia ai fedeli. Precedendo la distribuzione, il versetto evangelico diventa anzitutto un invito. Quella stessa parola di Dio che ha convocato i credenti alla sua presenza, ora li invita alla comunione con lui, per nutrirsi alla sua tavola del pane di vita e bere al calice della salvezza: “La sapienza ha preparato il suo vino, ha imbandito la sua tavola e proclama: Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato” (cf. Pr 9, 1-5). Ma l’antifona di comunione proclamata prima di ricevere l’eucaristia è anche un appello, quasi un monito rivolto ai fedeli: non nutritevi del corpo eucaristico del Signore se non avete ascoltato, accettato e fatto obbedienza alla sua Parola. Non vi può essere dunque vera manducatio panis se essa non è simultaneamente manducatio verbi.

Il significato tuttavia più importante e decisivo dell’antifona di comunione è quello di confermare che per il cristiano la parola di salvezza ascoltata nel vangelo proclamato in quella liturgia si realizza pienamente solo nella comunione al corpo e al sangue di Cristo. La lettura delle Scritture nella liturgia ha dunque il suo vertice nella comunione al corpo e al sangue di Cristo. L’altare è il luogo dove l’evangeliario è posto all’inizio della liturgia perché l’altare sul quale il pane è spezzato è il télos, il punto di arrivo del vangelo ascoltato, a dire che i credenti fanno pienamente obbedienza alla parola di Dio solo nella comunione al sacrificio dell’altare, cioè alla libera offerta che Cristo ha fatto della sua vita per la salvezza degli uomini. Per questo il gesto della frazione del pane, con il senso che esso racchiude, è l’atto dove la Parola ascoltata si rivela in pienezza per essere riconosciuta. Con intelligenza spirituale Gregorio Magno lo ha colto quando, commentando la pagina dei discepoli di Emmaus, afferma: “Riconoscono, nel pane spezzato, il Signore, che non avevano riconosciuto nell’esposizione delle sante Scritture”».

(da Goffredo Boselli, Il senso spirituale della liturgia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2011, pp. 76-79).