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Al cuore di tutto c’è l’azione liturgica …

Al cuore di tutto c’è l’azione liturgica …

“Al cuore di tutto c’è l’azione liturgica, una cosa di assoluta semplicità – prendere, benedire, spezzare e distribuire il pane e prendere, benedire, e distribuire un calice di vino e di acqua -, come queste cose furono fatte per la prima volta secondo il loro nuovo significato da un giovane ebreo prima e dopo la cena con i suoi amici una notte prima della sua morte …

 

Egli aveva detto ai suoi amici di fare questo da allora in poi con il nuovo significato “in anamnesis di lui”, ed essi, da allora, lo hanno fatto sempre.

 

C’è mai stato un altro comando così osservato? Secolo dopo secolo, diffondendosi lentamente in ogni continente e in ogni Paese, tra ogni razza della terra, è stata ripetuta questa azione, in ogni circostanza umana immaginabile, per ogni bisogno umano immaginabile, dall’infanzia fino all’anzianità più inoltrata, e anche dopo di essa, dai vertici dell’umana grandezza fino al rifugio dei fuggitivi nelle caverne nei nascondigli della terra. Gli uomini non hanno trovato una cosa migliore da fare di questa: venire per i re quando erano incoronati e per i criminali quando andavano alla forca; per gli eserciti in trionfo o per uno sposo e una sposa in una piccola chiesa di campagna; per la proclamazione di un dogma o per il buon raccolto; per la saggezza del Parlamento di una nazione potente o per una vecchia donna malata timorosa di morire; per uno studente alle prese con un esame o per Colombo che partiva per scoprire l’America; per la carestia di intere province o per l’anima di un amante morto; per la gratitudine perché mio padre non è morto di polmonite; per un capo villaggio tentato di tornare agli idoli perché le patate non sono venute; perché i turchi erano alle porte di Vienna; per il pentimento di Margaret; per l’accordo di uno sciopero; per il figlio nato a una donna sterile; per il capitano tal dei tali, ferito e prigioniero di guerra; mentre i leoni ruggivano nei pressi dell’anfiteatro; sulla spiaggia a Dunkirk; mentre il fruscio degli sciti nell’erba di giugno giungeva lievemente attraverso le finestre della chiesa; con voce tremante da parte di un vecchio monaco nel cinquantesimo anniversario dei suoi voti; di nascosto, da parte di un vescovo in esilio, dopo che per tutto il giorno ha tagliato tronchi in un campo di prigionia vicino a Murmansk; sontuosamente, per la canonizzazione di santa Giovanna d’Arco … si potrebbero riempire molte pagine con i motivi per i quali gli uomini hanno fatto questo, per dirne solo la centesima parte. E, soprattutto, settimana dopo settimana, mese dopo mese, per circa centomila domeniche successive, fedelmente, immancabilmente, in tutte le parrocchie della cristianità, i sacerdoti hanno celebrato questo semplicemente per creare la plebs sancta Dei – il santo popolo di Dio.

 

 

A coloro che conoscono qualcosa della storia cristiana, probabilmente la più commovente riflessione che questo provoca non è il pensiero di grandi eventi e dei santi famosi, ma di quegli innumerevoli milioni di fedeli, uomini e donne del tutto sconosciuti, ciascuno con le sue speranze, le sue paure, gioie, dolori, amori – insieme a peccati, tentazioni, preghiere -, ogni granellino dei quali una volta era preciso e vitale come lo sono i miei ora. Essi non hanno lasciato la minima traccia in questo mondo, neppure un nome, ma sono passati in Dio, completamente dimenticati dagli uomini. Eppure ciascuno di loro una volta ha creduto e pregato come io credo e prego, e lo trovava difficile e si impigriva, peccava, si pentiva e cadeva di nuovo. Ciascuno di loro celebrava l’eucaristia, e trovava i suoi pensieri che vagavano e provava di nuovo, e si sentiva pesante, indifferente, eppure era consapevole di tutte queste cose, proprio come lo sono anch’io.

 

Esiste un piccolo epitaffio mal decifrato intagliato in modo maldestro risalente al quarto secolo, proveniente dall’Asia Minore, dove è scritto: «Qui dorme la beata Chione, che ha trovato Gerusalemme perché ha pregato molto». Nessun’altra cosa si sa di Chione, presumibilmente qualche contadina che ha vissuto in quel mondo scomparso dell’Anatolia cristiana. Ma che bello se tutto ciò che doveva sopravvivere dopo sedici secoli è che ha pregato molto, così tanto che i vicini che l’avevano vista per tutta la vita erano sicuri che avesse trovato Gerusalemme! Che cosa significava l’eucaristia domenicale nella chiesa del suo villaggio ogni settimana per il tempo della sua vita per la beata Chione e per i milioni di persone come lei, e ogni anno da allora? L’incredibile e straordinaria quantità dell’amore di Dio che questa azione sempre ripetuta ha suscitato in oscure moltitudini di cristiani attraverso i secoli è in se stessa un pensiero travolgente (tutto questo lo portiamo con noi all’altare ogni mattina).

 

È perché è stata radicata profondamente nell’esistenza dei popoli, colorando tutta la via vitae degli uomini e delle donne semplici, segnando le loro personali scelte fondamentali, i matrimoni, le malattie, la morte, ecc., percorrendo anno dopo anno con le feste, i digiuni il ritmo delle domeniche, che l’azione eucaristica è diventata indissolubilmente legata alla storia pubblica del mondo occidentale …

 

A Costantinopoli il “fate questo” si celebra ancora con le stesse parole e gli stessi gesti che si usavano quando le trombe d’argento del basileus risuonavano oltre il Bosforo, in ciò che ci sembra ora la strana terra di favola dell’impero bizantino. In questo XX secolo, Charles de Foucauld celebrava questo “fate questo” nel suo eremitaggio del Sahara con lo stesso rito di Cutberto dodici secoli prima nel suo rifugio di Lindisfarne, nei mari del Nord.

 

Non è strano che l’eucaristia abbia questo potere di afferrare la vita umana, di prenderla non solo astrattamente, ma nelle sue particolari realtà concrete, di raggiungere ogni cosa in essa, le grandi cose impersonali che scuotono intere nazioni e le piccole tenere cose umane di uomini e donne che vivono e muoiono – afferrandole e traducendole in qualcosa di oltre il tempo. Questo era il suo nuovo significato fin dall’inizio.

 

La Lettera agli Ebrei rappresenta nostro Signore mentre dice fin dal momento della sua nascita a Betlemme: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato … Ecco, io vengo … per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10, 5.7). L’ultima notte della sua vita era ancora lo stesso: “questo il mio corpo” – “Ora io vengo a te” (Gv 17, 13). Era tutta la vita umana perfetta che aveva condotto prima e tutto ciò che aveva vissuto di essa ad essere preso, di cui si parlava e che era volutamente spezzato e dato nell’istituzione dell’eucaristia”.

 

 

G. DIX, The Shape oh the Liturgy, London 1946, 743-746 in A. AMAPANI, Segni e gesti, Nell’umanità della liturgia tutta l’umanità di Dio, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2017, 11-15